Attrici detenute debuttano al Mudec con il Diario di Frida. Regista, Donatella Massimilla, vincitrice dell’Ambrogino d’Oro

«Frida era anche una pittrice e, in trent’anni di attività, in uno stile un po’ «fridesco», posso dire di averne viste un po’ di tutti i colori. Nonostante tutto, ciò che mi interessa è che le pennellate di vita, questi colori diversi, i vissuti, quelli delle attrici detenute ed ex detenute, «le Frida di dentro e le Frida di fuori», siano sempre vincenti». A dirlo è Donatella Massimilla, da venticinque anni regista del carcere di San Vittore. A dimostrarlo è la Commissione per le civiche benemerenze di Milano che, il 7 dicembre, insignirà la pioniera del teatro nelle carceri in Italia e in Europa all’Ambrogino d’Oro. Per aver saputo dare un contributo speciale alla città meneghina ma pure per aver saputo fare della sua mission una missione. «Grotowski, il mio maestro, diceva sempre che teatro non lo si fa per la fama ma per la fame e io mi ci ritrovo molto nelle sue parole» ha confessato l’eclettica direttrice artistica, pronta in occasione di #BookCity18 ad orchestrare il suo ennesimo esordio in un luogo significativo, lo stesso che l’estate scorsa fece da cornice al Messico di Frida: il MUDEC. E come sempre lo ha fatto affiancata dalle attrici detenute ed ex detenete del Raggio femminile, alcune di loro uscite per la prima volta oltre l’isola di San Vittore sotto stretta sorveglianza dalla scorta.

E se ieri il Museo delle Culture ospitava le opere artistiche della «variopinta» artista messicana, oggi, in via del tutto eccezionale, ha accolto nel suo auditorium lettere e parole. Parole, abilmente reinterpretate dalle voci delle attrici recluse (e non) di San Vittore. Le quali hanno inscenato un reading teatrale che ha dato lustro sia a squarci di lettere scritte di loro pugno sia a frammenti di epistole scritte per mano di Frida. Alcune inedite e molte altre tradotte in italiano per la prima volta. Tutte compendiate in un piccolo libro From Frida with love, messo a punto da Diego Sileo, anima creatrice della recente mostra milanese che, più e più volte, ha evidenziato il talento che rende «le Frida di fuori e le Frida di dentro» così esclusive: «Tutte le volte che le sento parlare, recitare o cantare, mi rendo conto di quanto siano delle testimoni perfette del grande messaggio dell’arte di Frida. Credo siano capaci di trasmettere l’affermazione che scrisse poco prima di morire: Viva la Vida». Insomma, un amore a prima vista, grazie al quale è stato possibile intessere una collaborazione. D’altronde un’equipe di successo batte con un solo cuore, e il loro a #BookCity18, ha deciso di battere all’unisono.

Tuttavia c’è un fil rouge che accomuna Frida di Città del Messico alle tante Frida del Raggio Femminile. Si chiama dolore: «La sofferenza è una figura onnipresente nella vita dell’artista» ha specificato Sileo che, in quel prodigioso contesto, ha lasciato che fossero le virtù del cosmopolita Raggio femminile a prendere vita.

Bisogna sapere che le galere italiane contano pressappoco il 4 per cento di donne, San Vittore ne include circa il 10 per cento. Uno studio interno alla casa circondariale dichiara che nell’80 per cento dei casi si tratta di donne che hanno subito violenze fisiche e psicologiche e che riescono a liberarsi da questo fardello solo oltrepassando il muro di cinta. Soprattutto perché dietro le sbarre esistono laboratori di dipendenze affettive capaci di aiutare le detenute a rielaborare il dolore, a sciogliere sensi di colpa, frustrazione e impotenza. «Come il laboratorio di teatro che permette loro di raccontarsi attraverso le pagine di diari» evidenzia la Massimilla conscia della sacralità che la funzione trattamentale di queste attività culturali porta in seno. «Il nostro è un working in progress e l’arricchimento è dovuto anche alle emozioni che di volta in volta le nuove Frida saggiano una volta uscite (e viceversa). Oggi, per esempio, si sono aperti per la prima volta i cancelli per due attrici recluse».

Nella fattispecie per Lisa che, interpretando un frammento di una lettera che la Kahlo indirizzò al suo unico grande amore – tra commozione e pathos – è riuscita a sviscerare tutto il suo dolore: «Non me ne frega niente di quello che pensa il mondo. Sono nata puttana. Sono nata pittrice. Sono nata fottuta. Voi non capite chi sono. Io sono amore. Sono piacere. Sono essenza. Sono un’idiota. Sono un’alcolizzata. Sono tenace. Sono io, semplicemente sono. E tu sei una merda».

Parole seguite da altre parole, da altre lettere e da altre Frida. «Io sono Fridaǃ» esclama Eloisa, una trentanovenne attrice ex reclusa Sudamericana: «Avevo diciassette anni quando la conobbi. In America latina era molto più famosa di quanto non lo fosse qui in Italia». Eloisa della sua storia non dimentica un aneddoto. Quasi una profezia: «Scherzando dicevo sempre alla mia famiglia: quando compirò trentatré anni farò come Gesù Cristo. Ebbene, i miei trentaquattro li ho compiuti proprio a San Vittore dove sono morta e risorta. Se ci ripenso mi sembra pazzesco». Oggi, l’ex galeotta si dipinge come una donna molto più consapevole rispetto al passato: «Ormai sono fuori dal 2014. Il carcere è stato una parantesi della mia vita, ma non brutta: stavo prendendo la via sbagliata e mi ha salvato».

Anche all’ecuadoriana Catarina i sei lunghi anni trascorsi nella prigione di piazza Filangieri sono serviti a rifiorire dopo un lungo travaglio. L’attrice è appena entrata negli anta e ora è in affido sociale ma pronta a recuperare la sua indipendenza: «Questa volta vorrei affidarmi alle mie risorse e non alle risorse di qualcun altro. Sembra che dentro di me sia sempre esistita una donna creativa che aveva bisogno del proprio spazio per rinascere» si racconta Catarina, la cui storia è ricca di congiunture che si ricollegano incredibilmente alla vita dell’artista messicana. «Come Frida ho accettato le amanti dell’uomo che amavo. Inoltre, il 7 agosto, fu il giorno dell’incidente della Kahlo e paradossalmente il giorno della mia carcerazione. Lo ricordo come se fosse ieri. Mi cadde dalle mani uno specchio e mio marito mi disse: sette anni di disgrazia. Risposi: che cosa stai dicendo? Il giorno dopo alle sei della mattina la finanza bussò alla porta e mi chiese se ero la ex di pinco pallino» ha concluso la detenuta, riuscita a gettarsi tutto alle spalle (o quasi), grazie alla sua forza e al supporto dello psicoterapeuta che la seguì durante il suo «tour» a «San Victor»: «È così che lo soprannominiamo noi reclusi».

Questo è l’esempio di come un personalissimo diario di vita possa convertirsi in un diario di crescita. «Le risorse che s’investono nella formazione di una persona reclusa tornano tutte alla cittadinanza e alla comunità. Come dice Frida c’è sempre speranza. E allora che quest’albero della speranza non muoia mai, e che questa linfa dell’albero della vita continui a re-esistere in nome di «Viva la Vida» e che si traduca nella trasformazione da un momento buio a uno di luce» ha detto in chiusura Donatella Massimilla, la quale dopo tanti anni di fatica e di mancati riconoscimenti, lei e il suo CETEC, centro europeo teatro e carcere, hanno ancora voglia, nonostante tutto, di instillare emozioni e sorrisi attraverso voci e parole che possono farsi ponte con il mondo, tra io e tu, tra il dentro e il fuori.

Fotografie di Amalia Violi

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