Non basta uno scienziato per fare un robot. Per dargli un’anima occorre un clown

A che cosa serve l’intelligenza artificiale? Una macchina può dotarsi di intelligenza umana? I computer possono pensare? Le cyber applicazioni ce la faranno a emulare l’uomo a 360 gradi? In che modo uomo e macchina possono convivere? Le macchine ci danno il pretesto per essere più umani?.

Stando a questi interrogativi sorge il dubbio che il tema in questione non sia tecnologico ma soltanto umano. E che forse la verità risiede nel fatto che le tecnologie senza il supporto del cervello umano non sono in grado di andare poi così lontano. Quindi se da una parte è vero che le tecnologie devono fare bene le tecnologie dall’altra è altrettanto vero che gli essere umani devono “giocare” a fare sempre meglio gli esseri umani. E’ questa la conclusione di Armando Garosci, giornalista di Grande Consumo, moderatore ieri al Netcomm Forum a Milano, il più importante evento sull’e-commerce in Italia. Parole che sembrano chimere. Eppure è proprio di questo che si è tanto discusso.

Il titolo del workshop? “Clown contro scientist”. Per la serie non basta uno scienziato per fare per fare un robot. Per dargli un’anima occorre un clown. Un titolo (accattivante al punto giusto) che sembra essere studiato proprio per dare la possibilità – ma soprattutto la libertà – a ogni partecipante di tirare le proprie conclusioni riguardo ad un argomento tanto spinoso quanto controverso. Un tema già in auge ma che ha saputo catturare ancor più l’interesse del pubblico grazie alla qualità degli interventi delle eccellenze che sedevano a quella grande roundtable.

Ad aprire i lavori, il padrone di casa, Roberto Liscia, presidente Netcomm. Dopo di lui a ruota: Vittorio Bucci, general manager di Phd; Sergio Spaccavento, direttore creativo di Conversion; Matteo Flora, fondatore di The Fool. E ancora, Gloria Della Noce, data scientist, Alberto Branchesi, analystics platform manager per Assicurazioni Generali. Infine, Pasquale Diaferia, creative chairman per Special Team e Michele Sarzana, marketing manager per Fastweb. Un vis à vis, in cui si è parlato di robot, di chatbot, di creatività ma anche di marketing.

D’altronde viviamo in un’epoca in cui l’architettura industriale sta cambiando: mutano i modelli di business e di conseguenza mutano anche i consumatori:“Siamo entrati in un’economia in cui il valore nel quale competiamo è il valore della capacità attraverso la tecnologia di gestire le relazioni” dice Liscia. Ed è proprio in questa nuova piazza globale che chatbot e intelligenza artificiale giocheranno la loro partita. Una partita appena iniziata:“I chatbot, sono l’ennesima occasione di scrivere la grammatica di un mestiere di cui nulla è ancora stato scritto. Siamo veramente all’inizio. Si tratta di un nuovo media importante tanto quanto la tv, la radio e i giornali” evidenzia Diaferia il quale si dice entusiasta nel pensare a queste cyber applicazioni dotate di personalità propria. Un’identità che talvolta diventa così forte da trasformarle in personaggi. Gli esempi non mancano. Hello Barbie, la bambola hi-tech dotata di intelligenza artificiale è uno di questi:“Pensa e parla come un umano” continua il creative chairman.

Naturalmente ogni azienda potrà decidere come usare le proprie chatbot:“Saranno delle ambasciatrici della marca al servizio delle imprese, degli android disponibili 24 ore su 24 su qualunque canale, capaci di dialogare” conclude il creativo.

Ma quali sono i gap che si frappongono tra macchina e uomo? A detta di Spaccavento: il buon senso, l’umorismo e l’amore:“Una macchina per quanto sia capace di simulare i processi cognitivi o sintassi logiche difficilmente riuscirà ad avere buon senso. Non esiste software al mondo capace di insegnare a una macchina a ridere, a scherzare, a inventare barzellette o a provare amore”.

Intanto sullo sfondo rimane sempre il problema etico. Eticità vuol dire assumersi delle responsabilità. Chissà se le macchine potranno mai assumersene qualcuna.

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